I 150 anni del razzismo italiano: dialogo con Renato Curcio

Dall'antimeridionalismo dell'impianto inaugurato negli anni tra il 1860 e il 1870 ai moderni dispositivi: alla tenda Patchanka la conferenza di Renato Curcio e il dibattito con i presenti. Perché Festa Radio è anche questo

Lungo e acceso dibattito quello andato in scena alla tenda Patchanka nel tardo pomeriggio di una calda e assolata domenica, dedicato alla ricerca a opera di Renato Curcio sul razzismo in Italia, o meglio ‘I 150 anni del razzismo italiano, dall’antimeridionalismo dell’impianto inaugurato negli anni tra il 1860 e il 1870 ai moderni dispositivi’. Una conferenza accurata su un problema spesso trascurato e spesso sottovalutato che ha però caratterizzato il cammino italiano fin dai primissimi anni dell’Unità. “Questo dibattito altro non prova che la Festa di Radio è musica, spettacolo, condivisione, socialità, allegria e voglia di stare insieme – spiega Umberto Gobbi dell’Associazione Diritti Per Tutti – ma è anche un’occasione per approfondire tematiche importanti, per discutere e per confrontarsi. Abbiamo pensato che fosse l’anno giusto per parlarne, non solo per le celebrazioni dell’anniversario dei 150 anni dell’Unità d’Italia, ma anche perché la nostra città è stata segnata quest’anno da un fortissimo movimento di lotta contro il razzismo istituzionale, è stato l’anno della gru”.

Renato Curcio ora svolge il suo lavoro di ricercatore alla cooperativa Sensibili Alle Foglie, che deve il suo nome alla splendida lettera di una donna che nonostante i lunghi anni passati in manicomio, tra elettroshock e farmaci di dubbia utilità, si dice ancora sensibile alla sofferenza sua e delle sue compagne di reparto. La sua ricerca sul razzismo parte da lontano: “Il razzismo è una questione molto sottovalutata in Italia, per molte ragioni, e purtroppo gli schemi e i modi di pensiero razzista attraversano la storia italiana dal primo giorno, dal 1861. Dal razzismo antimeridionale delle origini al razzismo coloniale, da quello fascista contro rom, zingari ed ebrei a quello attuale che vediamo riemergere, il razzismo del branco padano che non presenta alcuna forma di novità rispetto alla sua teoria storica, alle sue forme precedenti”.

“Ci è sembrato importante in un momento come questo – continua Renato Curcio – in cui si celebra l’Unità d’Italia ma ci sono dei razzisti di fatto al Governo e in Parlamento, aprire una riflessione per fare in modo che almeno se ne discuta”. Il razzismo moderno deriva forse anche dall’immigrazione? “Con il lavoro migrante ci troviamo di fronte ad una forma ancora più grave dello stesso lavoro nero, abbiamo una sottoclasse di lavoratori senza diritti istituzionalmente prodotta, attraverso la tecnica del ‘filtraggio’ dei Centri di Identificazione ed Espulsione (Cie), un’istituzione che tratta persone che hanno un nome e un cognome, una storia, che girano il mondo per cercare lavoro, come hanno fatto 27 milioni di italiani in passato. Dopo il ‘filtraggio escono spersonalizzati, come clandestini, come non cittadini”.

Una sottoclasse umana e una sottoclasse di diritto, che viene trattata come tale: “Noi abbiamo un regime con due livelli di diritto, uno per i cittadini e uno per le non persone. Questo è un fatto preoccupante, e l’indifferenza diffusa si configura come un pericolo sociale”. Eppure l’Italia è stato un Paese di migranti, verso tutto il mondo, dall’Europa all’America: “La memoria dei processi migratori non è mai facile. I processi migratori delle origini sono stati dei processi di resistenza, e come tali sono stati nascosti dal sistema politico dell’epoca. Il milione e mezzo di meridionali emigrati tra il 1860 e il 1870 non erano semplici migranti, erano persone che in seguito ad un’occupazione militare avevano vista distrutta la loro economia di sopravvivenza, e invece di arruolarsi nell’esercito regio e piemontese avevano deciso di opporre una resistenza intelligente, girare il mondo in cerca di lavoro”.

“Questo processo migratorio – prosegue Curcio – è stato poi duramente squalificato dagli intellettuali dell’epoca, compresi quelli di sinistra, i positivisti, gli antropologi, Lombroso, Ferri, Orano, Sergi, una vera scuola che ha teorizzato le due Italie, l’Italia del Nord e del Sud, e l’inferiorità razziale del Meridione, creando così una barriera culturale che peserà a lungo, e pesa molto ancora oggi. Questo tipo di razzismo lo troviamo anche nelle dichiarazioni dei politici della maggioranza, e per questo non se ne parla e non se ne vuole parlare, almeno in una chiave che non sia solo descrittiva ma anche e soprattutto critica o analitica. Un Paese che non fa i conti con il suo passato, con i suoi momenti, non va certo lontano”.

L’indifferenza nuoce gravemente alla salute: “La sensibilità è l’opportunità data all’uomo per cambiare la sua condizione. Chi non è sensibile è un cadavere”.

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