Omicidio ex Petra: viaggio nella fabbrica-dormitorio dei senzatetto

Venerdì scorso all'interno della fabbrica dismessa è stato trovato il corpo senza vita di un un senzatetto, ammazzato a calci e pugni da un altro clochard. Tra le mura pericolanti dell'ex Petra, tra degrado e sporcizia, ci abitano in molti. "Un continuo via vai", racconta chi lavora nella zona

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I riflettori sulla fabbrica abbandonata di via Orzinuovi si sono accesi lo scorso venerdì, quando all'interno dell'ex Petra è stato trovato il corpo senza vita di un senzatetto. Ma tra quelle mura abbandonate e pericolanti trovano rifugio molti dei volti senza nome della città. Da almeno un anno. Chi lavora e abita in via Orzinuovi racconta che dall'estate scorsa c'è un gran via vai di persone. Di giorno, come di notte.  Ormai li conoscono, come se fossero dei vicini di casa.

"C'è di tutto – racconta una donna che gestisce un'attività a pochi passi dalla ditta fantasma – li vediamo entrare e uscire, a volte vengono a chiederci dell'acqua e del caffè. Sono donne e uomini di tutte le età e nazionalità. Ci sono anche molti italiani e bresciani. Tra i senzatetto di Brescia si è sparsa la voce e vengono in molti. Per un periodo ho visto anche un signore distinto. Arrivava con il furgone della ditta per cui lavorava nella tarda serata e usciva alla mattina presto, probabilmente sfrattato. L'ho visto per alcuni mesi, poi se n'è andato. Per un certo periodo ho avuto l'impressione che stessero ristrutturando la ditta, vedevo dei furgoni colmi di terra che entravano, ma è durato poco. Questo degrado non giova alla nostra attività. Una volta la domenica sera il locale era pieno di gente, ora i clienti non vengono volentieri. Vedere queste cose non è un bello spettacolo e la maggior parte delle persone ha paura. Non è mai successo nulla, ma capisco i timori, perché anch'io non sono tranquilla, soprattutto di sera. Ho provato a rivolgermi alla Polizia, ma hanno le mani legate.Ma, mi chiedo se il Comune non possa far nulla per trovare un tetto per queste persone”.

Francesca (nome di fantasia, non vuole rivelare la sua identità perché teme ripercussioni) vuole vedere con i suoi occhi come e dove si vive quando si ha perso tutto e decide di attraversare la strada per accompagnarmi all'interno della fabbrica. È lei che mi spiega come entrare. Non che sia particolarmente difficile, del resto. Alla sinistra del cancello d'ingresso, una finestra è stata rotta e con pochissimo sforzo (un salto di mezzo metro) si è dentro quella che una volta era, molto probabilmente, la portineria.

Ci vivono in molti. È vero. Basta la prima occhiata per rendersene conto.  Sacchetti, bottiglie, vestiti sparsi qua e là, vetri rotti. Le scale che conducono ai piani superiori sono pericolanti, ma ancora utilizzabili ed è al primo piano che incontriamo i primi giacigli di fortuna. Alcuni cassoni di legno. Sul muro c'è scritto: “Casa di Barbara! Torno subito!!!”. Il pavimento è invaso dagli escrementi e dalla sporcizia. I bagni ci sono, ma sono inutilizzabili. Alcune stanze sono colme di spazzatura, altre, invece, abitate e sulle porte si legge il nome di chi le ha occupate. Non si riesce, però, ad entrarci.

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Io e Francesca non siamo sole. Il rumore di uno starnuto ci avvisa della presenza di qualcun altro. È Rachid. Si è appena svegliato e ha voglia di raccontare la sua storia. È tunisino e spiega che non è da molto che vive per strada, ma basta guardarlo negli occhi per capire che sta mentendo. Si vergogna delle condizioni in cui è costretto a vivere da quando ha perso il lavoro. Decide di uscire a bere un caffè ed insiste per offrirlo lui.

"I soldi me li manda mio fratello che vive in Svezia, lui sta bene lì, lavora e ha una casa. Mi ha raccontato che se perdi il lavoro lo stato svedese ti aiuta e ti da un posto dove vivere. Non come qua. Vorrei raggiungerlo, ma ho perso il mio permesso di soggiorno, e per fare il duplicato devo avere un domicilio. Non ho un posto letto, figuriamoci una casa. Nei dormitori ci puoi stare al massimo 15 giorni, poi ti mandano via. Per un periodo ho vissuto nelle casette della Metro occupate di San Polo, ma non mi trovavo bene e me ne sono andato. Ma non sto sempre dentro questa fabbrica, ce ne sono tante altre in città, io le conosco quasi tutte. Quando ho i soldi vado in albergo. Non mi piace stare qua. Per lavarci ci dobbiamo portare l'acqua da fuori e anche per fare il bucato è tutto complicato. Ma durerà poco, troverò un lavoro e potrò permettermi una casa”.

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