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Camorra: sequestri per 120 milioni. Un'intera cosca guidata da Brescia

Duro colpo al clan Fabbrocino da parte della Dia di Napoli, sequestrati 120 milioni e 24 arresti. A reggere la cosca il pluripregiudicato 55enne Biagio Bifulco, in regime di libertà vigilata a Brescia

redazione 19 dicembre 2012

Con un sequestro di beni per un valore di circa 120 milioni di euro e 24 arresti già eseguiti (altre 4 persone sono ricercate) la Dia di Napoli ha assestato un duro colpo al clan Fabbrocino, che dall'area vesuviana si era radicato al Nord e Centro Italia, attraverso catene di negozi di abbigliamento e supermercati.

I sequestri sono stati eseguiti in sette regioni a 36 fiancheggiatori o prestanome del clan. Nel mirino 80 aziende di Milano, Brescia, Mantova, Roma, e Frosinone; aziende agricole in provincia di Perugia; supermercati in Abruzzo, fabbriche tessili e stirerie nell' area vesuviana.

Tra gli arrestati ci sono alcuni "colletti bianchi" del clan: l'avvocato Salvatore Ambrosino, 45 anni, che fungeva da consulente del clan per l'acquisizione di beni nelle aste pubbliche - che era diventata una sorta di specializzazione del clan - e l'imprenditore immobiliare Pasquale Ciccarelli, 60 anni, marito di un notaio e candidato a sindaco di Ottaviano (Napoli) nel 2009 con il sostegno del clan al quale - ha detto in una conferenza stampa il Procuratore aggiunto di Napoli Rosario Cantelmo - "era organico".

A reggere la cosca dei Fabbrocino - dopo l' arresto, nel 2006, del boss Mario Fabbrocino, che sta scontando due ergastoli - era, secondo gli inquirenti, il pluripregiudicato Biagio Bifulco, 55 anni.

Assegnato al regime di libertà vigilata a Brescia, Bifulco ne aveva approfittato per allargare la rete dei traffici dell'organizzazione camorristica in Lombardia. Riciclando i capitali delle estorsioni, Bifulco aveva creato un'impresa nel settore dell' abbigliamento, della quale risultava dipendente.

Sul proprio territorio i Fabbrocino imponevano tangenti di circa il 30% (e fino al 50%) per l' attività di recupero credito, un' altra specializzazione della cosca, riuscendo a infiltrarsi anche in appalti pubblici, come il rifacimento di alcuni tratti della Statale 268. Qui le tangenti versate dalle imprese erano state tra il 3% e il 5%, ma il clan era riuscito a fare assumere propri elementi.

Radicato alle pendici del Vesuvio, il clan Fabbrocino ha legami con i Licciardi di Secondigliano, con la frazione Amato-Pagano degli "scissionisti", i Mazzarella di San Giovanni a Teduccio, e i fratelli Russo di Nola, la cui latitanza - secondo gli investigatori - fu protetta a lungo e finanziata dagli uomini dei Fabbrocino. Profondamente radicato nell'area vesuviana - secondo quanto emerso dalle indagini - il clan Fabbrocino cerca il consenso sociale e non impone tangenti a negozi e piccole imprese, concentrandosi sui grossi appalti, sulle aste fallimentari e sul recupero crediti.

"Il loro controllo del territorio - ha detto il pm Cantelmo - era totale: uno dei rivali sopravvissuti all' egemonia dei Fabbrocino, l'ex cutoliano Giuseppe Radunanza è stato costretto a una vita blindata in casa, dove vive barricato nella camera da letto".

Le indagini condotte dalla Dia di Napoli sono cominciate nel 2008 e hanno ricostruito una rete di società ed esercizi commerciali che hanno più volte cambiato pelle e assunto nuove denominazioni. Ai 24 arrestati è stata notificata un' ordinanza di custodia cautelare di ben 700 pagine.

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