PCB e non solo. In città +26% di mortalità al primo anno di vita

Alla Casa delle Associazioni la presentazione pubblica del progetto SENTIERI (che coinvolge 44 Siti di Interesse Nazionale in tutta Italia) e di un nuovo studio pubblicato in aprile, su tumori e malattie respiratorie. Unica certezza: "Caffaro, la bonifica è fondamentale"

Una bimba che corre tra l'erba contaminata della scuola Deledda © Bresciatoday.it

Chissà come se la passano in quelle zone del Taiwan o del Giappone dove le concentrazioni massime di PCB superano di un milione di volte le già altissime medie bresciane. Così come fa specie scoprire che nonostante Brescia sia stata inserita a livello internazionale nella cosiddetta “fascia medio-alta” di contaminazione, insieme ad Anniston, Alabama e a un paio di città della Slovacchia, ci siano tuttavia parecchi pescatori del Mar del Nord e delle isole Far Oer che presentano concentrazioni decisamente superiori. Per non parlare poi di Bagolino, località nota soprattutto per il suo Carnevale e che invece tra i primati può pure annoverare il fatto di partecipare alla “lista nera”, o almeno grigia, delle aree a bassa concentrazione ma dove comunque si trova PCB a livelli fuori norma.

Ad alzare lo sguardo sul mondo si impara sempre qualcosa, ce lo ricorda il professor Donato nel corso della serata organizzata dal Comitato Al Lavoro CON Brescia, quello di Marco Fenaroli, andata in scena alla Casa delle Associazioni di Via Cimabue. Francesco Donato è professore universitario e affermato ricercatore, l’uomo giusto per presentare la vasta gamma di studi sul tema dell’inquinamento a Brescia, l’ultimo dei quali pubblicato sulle riviste scientifiche ad aprile, sul tema dell’inquinamento sulle persone, “contaminazioni spesso sovrapposte come PCB e diossine”, contaminazioni in grado di provocare effetti acuti, “ma non ai livelli del Seveso”, o effetti cronici, “spesso più subdoli perché contraddittori”.

Brescia con “i PCB in testa, l’articolo è plurale perché ce ne sono 209, e con varie tossicità”, sostanze veicolate dai grassi, e che tendono a depositarsi nei tessuti adiposi. Ecco i pescatori del Far Oer, abituati a mangiare pesci di grossa taglia e dunque ‘carichi’ dei detti tessuti. E per assurdo, gli effetti sul lungo termine sugli stessi lavoratori della Caffaro, una ventina, quelli del reparto più esposto negli anni ’80 e con concentrazioni di PCB nel sangue comprese tra 400 e 1000 nanogrammi per millilitro, effetti che in meno di un ventennio si sono concretamente traslati soltanto in un paio di casi di diabete, in qualche caso di alta glicemia, niente di fuori fase, “tutto perfettamente in linea con le medie italiane”.


Il punto però è questo, “il 90% dell’esposizione è del tipo alimentare”, e qui viene lo “scientificamente difficile”, i dati reali sul consumo di cibo ‘locale’ sono ricchissimi di incertezza, “nessuno può quantificare con precisione quanto latte ha bevuto, o quanta carne ha mangiato”. Chiaro che un qualunque alimento proveniente dall’Area A, quella del Sito Nazionale per intenderci, può potenzialmente creare molti più danni di un alimento che proviene invece da un’area non contaminata: il confronto è impari, da 23900 nanogrammi per grammo di grasso a poco più di una cinquantina.

Niente panico allora, ma occhi e orecchie puntate, lo racconta il recente studio SENTIERI (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento), presentato ieri sera anche dal dottor Celestino Panizza (che abbiamo intervistato sulla “città contaminata” già il 16 agosto scorso), uno studio ‘ecologico’ su tumori e malattie respiratorie dal 2007 al 2010 (ma con dati che partono anche dal 1996) e che ha coinvolto almeno 44 Siti di Interesse Nazionale SIN in tutto il Belpaese. Sulla specifica bresciana le evidenze “a priori”, malformazioni congenite o prenatali, e quelle “a posteriori”, gli eccessi di morte o l’incidenza tumorale anche se non riconosciuti come “statisticamente significativi”, e senza voler fare i macabri c’è da sbizzarrirsi. Rispetto ad una comune città industriale +25% di melanomi (tumori della pelle), +26% di tumore alla mammella, +20% di Linfoma Non Hodkgin LNH, e poi i tumori infantili, la mortalità nel primo anno di vita che trova picchi del +26%, scende un po’ ma si mantiene sul 12% fino ai 14 anni, i nuovi casi di tumore, valutati “confrontando l’incidenza tra i tre Comuni sede del Sito Nazionale con il Registro dei Tumori del Nord Italia meno i tre Comuni del Sito Nazionale”.

Incidenza in crescita in quartieri come il Primo Maggio, nelle donne (+7% ma, ripetiamo, è studio ecologico e non analitico) e nelle fasce di popolazione “a lunga residenza”. Non solo Caffaro ovviamente, “ci sono tante analogie tra congeneri, ci sono le diossine e i furani, le fabbriche e le acciaierie” ma la ‘fabbricona’ di Via Milano “ha dato un tragico e forse decisivo contributo” all’odierna situazione. “Bisogna agire, interrompere la catena alimentare – continua Panizza – Definire fino a dove è arrivato l’inquinamento, monitorare la popolazione per capire come si evolve la situazione. E poi, fondamentale, la bonifica, sia del sito industriale che della falda acquifera”.

Ma non è forse troppo tardi? “Il problema è stato sottovalutato, e qui ci sono tante responsabilità condivise. Per troppi anni si è fatto finta di niente, nonostante diversi elementi di evidenza scientifica suggerissero da tempo un altro tipo d’attenzione”. Poi, guarda caso, dei 1200 lavoratori dello storico Caffaro “sono andati i persi i registri più importanti, quelli relativi alla fase di massima esposizione”. Centocinquanta anni fa Marx denunciava che “il capitale non ha riguardo per la vita e la salute dell’operaio”, tanto meno per tutto quello che ne consegue. Non che le cose siano di molto cambiate.


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