Lombardia libera dall’amianto nel 2016? «Le possibilità ci sono»

Lombardia Amianto Free entro il 2016: le vicende ambientali (e giudiziarie) delle discariche di San Polo, Cappella Cantone e Treviglio pongono in essere la necessità di investire in nuovi processi di smaltimento

Il sequestro penale della discarica di amianto in Via Brocchi è stato accolto dai Comitati di difesa della salute dei cittadini come “una vittoria che riempie il cuore di felicità, dedicata a tutti quelli che in questi anni hanno evidenziato l’irragionevolezza di questa mostruosità”. Tra autorizzazioni e rinvii, presidi, ricorsi e perfino uno sciopero della fame si ricorda che “da più di tre anni ci si batte contro l’interramento dell’amianto”. Una questione che pone in essere la problematica dello smaltimento, mentre dall’Unione Europea le indicazioni sono chiare e perfino dalla Regione Lombardia è più volte arrivata l’ottimistica previsione di un Amianto Free entro il 2016. Nel corso dell’ultima assemblea pubblica di Sanpolino è emersa quella che potrebbe essere una valida alternativa al tombamento, il trattamento dell’eternit, la sua trasformazione chimica, la sua inertizzazione. Si è parlato di un brevetto americano, noi sappiamo che esiste pure un brevetto europeo datato 1988: “Dobbiamo lavorare ad un’alternativa al tombamento, per risolvere una volta per tutte il problema. Regione, Province e Comuni devono prendere posizione, se no non ce ne liberiamo davvero più”.

Anche l’ipotesi di una provincializzazione dei residui dovrebbe andare di pari passo con la piena realizzazione di un’impiantistica in grado di eliminare la grave incognita alla radice, “perché il problema lo si risolve solo se l’amianto viene trasformato in un altro prodotto”. Una mobilitazione che in Lombardia si è diffusa grazie anche all’attività dei Cittadini contro l’Amianto: “Da sempre sosteniamo che la lotta contro le discariche di amianto deve essere coordinata e sostenuta da tutti i soggetti che vogliono contrastare progetti pericolosi per la salute e il territorio”. Oltre Brescia andiamo a Cappella Cantone, oppure a Treviglio: “E’ scandaloso che la giunta Formigoni non abbia ancora provveduto alla moratoria di tutte le discariche di amianto in itinere o già approvate”. Questo è il problema, perché avviare complesse procedure di recupero, dai tetti agli acquedotti, per poi risolvere il tutto rimettendo tutto sotto la sabbia? Con tutti i frequenti problemi che derivano, la mancanza di sicurezza, i bancali che arrivano e vengono lasciati a sé stessi, i teli che non reggono, la terra che manca, le acque cariche di fibre che fuoriescono e magari si avvicinano ai terreni, e pure alle falde.

- Polvere Sottile: il grande processo all'amianto

Il processo di smaltimento sembra l’unica alternativa valida: se si vogliono rispettare i tempi della bonifica, regionale ma nazionale, l’eternit deve essere recuperato, deve essere trasformato e inertizzato, e l’impatto ambientale deve essere minimo. Si parla di impianti di ultima generazione, all’americana ma pure all’europea, impianti ad altissima tecnologia in cui il residuo nocivo viene trattato in ambienti chiusi e posti in depressione, con l’installazione di filtri come gli HEPA che non lasciano scampo a sospette fuoriuscite. “Al momento sembra che l’unica soluzione sia l’interramento in discarica – fanno sapere i Democratici Uniti della Provincia di Varese – ma ci chiediamo se questa soluzione sia davvero sicura. Ci sono studi scientifici che dimostrano il contrario, nel medio-lungo termine le fibre possono ritornare in superficie, anche attraverso la circolazione di acque superficiali”. Eppure, si legge ancora nel blog, le scelte sono dirette solo al tombamento, quando “l’inertizzazione dell’amianto è nota da almeno 15 anni e diversi sono i progetti e i brevetti, sia nazionali che internazionali, che propongono soluzioni tecnologiche per lo sviluppo di processi industriali basati su questa reazione chimica”. Questo è il punto, la trasformazione di un rifiuto in “un prodotto che non lo è più”, una soluzione alternativa il cui risultato è “la trasformazione delle fibre pericolose in una forma amorfa e irreversibile, un materiale innocuo che può essere prontamente utilizzato”.


C’è chi parla di costi troppo elevati, quando invece sarebbe da chiedersi il perché di tante difficoltà nell’avviare un processo di smaltimento di un certo tipo mentre le discariche vengono autorizzate senza troppa difficoltà, enormi buche a cielo aperto che spesso fanno una brutta fine perché strutturalmente inabili a rispettare le normative, comunitarie e non. “Il regolamento sulla determinazione e disciplina delle attività di recupero dei prodotti di amianto e contenenti amianto – ha scritto Giovanni Pecchini dell’ARPA di Reggio Emilia – ha aperto alcune possibilità di recupero di tali rifiuti definendo i trattamenti e i processi che conducono alla totale trasformazione cristallochimica dell’asbesto. Tali trattamenti, se adeguatamente realizzati, permettono di evitare il conferimento in discarica e il riutilizzo del rifiuto trattato”. Ma ne vale la pena? Certo che sì. “Impianti di questo tipo sono localizzabili ovunque e impattano sul territorio come un qualsiasi impianto industriale. Il rifiuto è recuperato, e possono processarne un volume tutt’altro che limitato. Infine, sembrano avere un costo di trattamento paragonabile al costo di conferimento in discarica”.  Forse non c’è più molto tempo, il 2016 si avvicina davvero: Emilio De Masi dell’IDV tempo fa ha addirittura parlato di “impianti di smaltimento in tutte le Province”, per favorire “l'eliminazione più razionale dei rifiuti di amianto”.

Purtroppo la cultura del capannone e dei pochi investimenti negli anni ha camminato a braccetto con l’autorizzazione delle discariche, dei “sarcofaghi all’italiana” che poco fanno per lo smaltimento e poco fanno anche per la tutela dell’ambiente.

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