Agli italiani piace l'uomo forte, con il rischio che sia un criminale o un imbecille

L'editoriale

Una foto storica della scultura "Era fascista" in piazza Loggia

Nei giorni scorsi ha fatto discutere un post pubblicato dal 29enne Giuseppe Lupo, membro del consiglio di quartiere di via Lamarmora a Brescia, in passato segretario dei giovani di Forza Italia e oggi di simpatie leghiste. In risposta alla manifestazione delle "sardine", ha pubblicato un video con le immagini dell’inaugurazione di piazza Vittoria alla presenza di Mussolini, accompagnato dal commento "la piazza Vittoria che ci piace" e dall'emoticon di un uomo col braccio alzato, in richiamo al saluto romano. Sul caso i consiglieri di maggioranza hanno presentato un’interrogazione, alla quale il sindaco Del Bono risponderà il 19 dicembre nel prossimo consiglio comunale, in cui viene chiesto se "comportamenti di esplicita esaltazione del fascismo siano da considerarsi inaccettabili in chi ricopre cariche pubbliche nell’amministrazione comunale e negli organi consultivi".

L'interrogazione ha puro valore simbolico: la risposta del sindaco è scontata, così come è chiaro il nostro ordinamento giuridico sul reato di apologia del fascismo. Quel che interessa, semmai, è come Giuseppe Lupo sia l'emblema di un fenomeno ben più ampio: il 48,2% degli italiani esprime il desiderio di un "uomo forte" al potere, secondo il 53esimo Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese. A ben vedere, da Trump a Bolsonaro, da Orbán a Erdogan, è una tendenza in corso da circa un decennio in tutto il mondo.

Spesso fa sorridere che, a essere nostalgici del fascismo, siano persone con un'età che va dai 20 ai 60 anni: naturalmente quel periodo non l'hanno mai vissuto, per chiare ragioni anagrafiche. Si può avere nostalgia di qualcosa di cui non si ha esperienza diretta? Da dove viene, allora, quella nostalgia? Dall'ignoranza: nessuna persona con un briciolo di consapevolezza storica può rimpiangere le leggi razziali e l'alleanza con Hitler (furono 7.500 gli ebrei italiani sterminati), i nostri soldati mandati al massacro sul Don (84.930 tra morti, dispersi e prigionieri) e i numerosi omicidi politici; l'elenco sarebbe lunghissimo. E chi lo rimpiange a Brescia, dove ancora sanguina la ferita neofascista della bomba in Piazza Loggia, è ignorante in modo colpevole.

La democrazia è collegiale per sua natura, ma pure imperfetta, in quanto non si può essere tutti d'accordo (per fortuna). Ma questo non vuole dire che non funzioni: l'economia della Germania, che presenta uno scenario politico simile al nostro, corre ugualmente come una locomotiva. Il problema non è dunque la democrazia, ma il livello dell'élite politica alla guida del nostro Paese; e in Italia la situazione è drammatica ormai dalla fine della Prima Repubblica. Basti pensare ai due principali leader attuali, Matteo Salvini, l'uomo dei post su Facebook mentre mangia i panini alla Nutella, e il Matteo II (Renzi), quello che doveva ritirarsi dalla politica tre anni fa. Serietà e credibilità alle stelle.

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Gli italiani non dovrebbero aver voglia di uomo forte, dunque, ma di politici seri e preparati al governo; magari smettendo di premiare alle urne il venditore di tappeti di turno, solitamente quello che appare più simpatico e brillante sui social. Perché c'è anche il rischio che l'uomo forte sia un vigliacco e un criminale, l'esempio è sempre Mussolini, o persino un imbecille come quei luminari di Stalin o Mao Tse-tung, che hanno provocato decine di milioni di morti con folli politiche agricole. Studiate la storia, cari apologeti della forza, e imparerete ad amare il dialogo e il compromesso, invece delle folle col braccio alzato.

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