Omicidio di Sana Cheema: “Processo in Italia per il padre e il fratello”

Reato di omicidio politico: è questa l’ipotesi avanzata dalla Procura per portare in Italia il processo sulla morte di Sana Cheema, uccisa a soli 25 anni

Undici persone assolte per insufficienza di prove: tra di loro anche il padre, il fratello e lo zio di Sana Cheema, la ragazza di 25 anni che nel dicembre di due anni fa è tornata in Pakistan, il suo Paese natale, e là è morta. A lungo anche la giustizia pakistana ha seguito la pista dell’omicidio, fino al processo: quando tutti sono stati assolti.

Una circostanza contestata dai magistrati bresciani, che faranno di tutto per portare il processo anche in Italia. L’ipotesi avanzata nelle ultime ore dalla Procura è quella del reato di omicidio politico: fosse così, basterebbe l’autorizzazione del Ministero dell’Interno per rendere imputati anche alla giustizia italica i già imputati in Pakistan.

Tra cui appunto il padre e il fratello di Sana, ragazza che abitava a Brescia e che in città aveva costruito relazioni e amicizie, e forse pure una relazione sentimentale. Sarebbe stata quella relazione a scatenare le ire reazionarie dei familiari, che per lei - almeno così pare - avevano già programmato il più classico dei matrimoni combinati.

Ma tutti i capi d’imputazione contestati alle undici persone indagate sono caduti in sede di processo. In particolare, per i giudici pakistani, non vi sarebbero state testimonianze (e confessioni) attendibili, né evidenze dall’autopsia che potessero far pensare a un omicidio, né il movente (anche questo giudicato non attendibile) del rifiuto del matrimonio combinato.

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